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	<title>Mario de RosaArticoli e contributi editoriali - Mario de Rosa - Mettiti comodo... - Sito ufficiale Mario de Rosa</title>
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	<description>Mettiti comodo... - Sito ufficiale Mario de Rosa</description>
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		<title>Aspettando &#8220;Linee e Confini&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jun 2012 19:19:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pubblicazioni su "Il Centro"]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggetti che si fanno parola, versi che si fanno percezione Un lungo tramonto con scaglie di nuvola che dall’alto guardano l’orizzonte ci immerge in una sensazione di infinito, di innumerato, di potente. È la parola stessa che ci conferisce quel presupposto: “infinito = non finito = indefinito”. La poesia ha <p class="more-class clear"><a class="more-link" href="https://www.marioderosa.net/aspettando-linee-e-confini/"><span>Approfondisci...</span></a></p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Oggetti che si fanno parola, versi che si fanno percezione</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un lungo tramonto con scaglie di nuvola che dall’alto guardano l’orizzonte ci immerge in una sensazione di infinito, di innumerato, di potente. È la parola stessa che ci conferisce quel presupposto: “infinito = non finito = indefinito”. La poesia ha sempre prediletto questa strada, forte com’è dell’energia delle parole. Particolarmente l’arte di costruire il verso si è fatta sovrana in questo senso durante tutto il Novecento: si pensi agli eccessi di D’Annunzio, alle meditazioni di Quasimodo, alla sublimazione stessa della parola in Ungaretti (“M’illumino di immenso”). Eppure c’è un’altra strada, forse meno amata, profondamente discussa, che ha guidato per mano un’altra categoria di poeti delle specie più diverse (si pensi alla triade Pascoli, Gozzano, Montale): I Poeti delle Cose, come li ha definiti Luciano Anceschi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ero ad Ischia sulla spiaggia di Cetara, da amici, in quei giorni caldi del luglio 2009. In mano avevo una silloge poetica che una nota editrice siciliana mi aveva spedito pochi mesi prima: un gradito regalo. La raccolta si intitola “Finestre affascinate Ardenti Stanze”: essa raccoglie una serie di poesie e scritti della poetessa e giornalista Simonetta Giungi, morta suicida nel 1985 a soli quarant’anni;  testi che ha raccolto il fratello e che sono stati pubblicati nella Collana “I Nuovi Poeti” della Casa Editrice il Gabbiano, a cura di Maria Froncillo Nicosia.</p>
<p style="text-align: justify;">Liriche di una bellezza straordinaria, postmoderne nella struttura e nei temi. Non è casuale che Mario Luzi, che ne curò la prefazione, sottolinea tutta la carica rivoluzionaria di quelle strofe, che accomunano la “pulsione eliminatrice dell’ego” con la “grazia ludica nei movimenti compositivi che seduce proprio per lo struggente contrasto”.</p>
<p style="text-align: justify;">Quelle letture mi hanno immediatamente perforato la testa e hanno aggiunto un di più indispensabile a quell’idea che meditavo da tempo. Così è nata “Linee e confini”:  un tentativo di riconciliazione tra il vecchio e il nuovo, veicolato dal “correlativo oggettivo”, lo strumento prediletto dal grande T. S. Eliot, quello stesso che apre la raccolta montaliana “Ossi di seppia” fin dal titolo. L’uso stesso del mezzo tecnico della dinamica oggettuale è stato l’espediente che mi ha fatto esprimere ancora, in modo assai diverso dai tentativi precedenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Le tematiche sono profondamente diverse rispetto a quelle trattate dalla poetessa anconetana di cui si è detto prima. Lei ed io siamo elementi opposti di universi distanti, per cui difficile sarebbe trovare un elemento comune. Eppure è proprio l’esplorazione del suo nichilismo talora spietato, di quella cancellazione della personalità così dolorosa e sofferta che, in un ottica schmittiana, ha colorato i miei Confini e costruito le mie Pareti, quasi a confermare quell’antica regola guerresca secondo la quale “nel diverso noi troviamo la nostra identità”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Un lungo tramonto con scaglie di nuvola che dall’alto guardano l’orizzonte ci immerge in una sensazione di infinito, di innumerato, di potente.” Tutto ciò è ineludibile. Ma quello stesso tramonto, se analizzato con lo sguardo disilluso, geometrizzato dai sensi e acquisito dalla mente diviene un canale molto più celere verso la trascendenza a cui il poeta, che è uomo sensibile e sensitivo, anela ogni momento.</p>
<p style="text-align: justify;" align="right"><em>Mario De Rosa</em></p>
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		<title>Commento a le &#8220;Lettere a un giovane poeta&#8221; R.M.Rilke &#8211; 9</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jun 2012 19:18:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pubblicazioni su "Il Centro"]]></category>

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		<description><![CDATA[Mese: marzo Anno: 2011 Articolo: 9 Lettere a un giovane poeta Quinta Epistola Suggestioni dalla Roma di Rilke Molto curiosa e divertente, la prima lettera romana indirizzata a Franz Xaver Kappus risale al 29 ottobre 1903. Il nostro Autore, scusatosi per il ritardo nel rispondere al suo più giovane collega <p class="more-class clear"><a class="more-link" href="https://www.marioderosa.net/commento-a-le-lettere-a-un-giovane-poeta-r-m-rilke-9/"><span>Approfondisci...</span></a></p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>Mese: marzo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Anno: 2011</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Articolo: 9</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Lettere a un giovane poeta</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quinta Epistola </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Suggestioni dalla Roma di Rilke</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Molto curiosa e divertente, la prima lettera romana indirizzata a Franz Xaver Kappus risale al 29 ottobre 1903. Il nostro Autore, scusatosi per il ritardo nel rispondere al suo più giovane collega – provocato da quella ricerca sincera di “<strong>silenzio e trinceramento</strong>” che gli immaginiamo propri e che lui stesso mette in evidenza, ci descrive quella Roma dei suoi tempi così profondamente diversa dalla nostra attuale capitale.</p>
<p style="text-align: justify;">È un testo al quale guardo con attenzione poiché mi sento coinvolto personalmente, ma che ritengo tanto interessante proprio perché mette in luce alcuni elementi della <strong>Città immortale</strong> che si sono conservati uguali col passare degli anni.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>“Siamo arrivati a Roma sei settimane fa, in una stagione in cui l’Urbe è ancora vuota, ardente, e come maledetta per il diffondersi dell’influenza. Queste circostanze ci hanno tenuti in un’inquietudine che non finiva più</em> <em>. L’estero gravava su di noi con tutto il peso dello smarrimento poiché ci sentivamo fuori casa propria.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">È il Rainer Maria Rilke di tutti i giorni, quello della vita quotidiana. Difficile non notare quanto poetica sia anche la resa di un evento  come l’arrivo in una nuova città che certo doveva risultare futile e usuale a chi generalmente faceva una vita movimentata come quella del nostro autore (che, da come appare nelle biografie, ha visitato l’Europa intera attentamente e reiteratamente). Eppure anche questo evento si carica di profondi significati e sfocia in una riflessione sull’Urbe piuttosto originale.<strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em> “A ciò si deve aggiungere che Roma (<strong>quando ancora non si conosce</strong>) vi immerge in una tristezza opprimente, la quale viene dal soffio di museo scipito e senza vita che essa esala, dalla moltitudine dei suoi <strong>passati che si sono voluti esumare</strong> e che si conservano con fatica (<strong>un presente mediocre se ne ciba</strong>), dalla sopravvalutazione esercitata su quelle cose sfigurate e disgregate dai filologi e scienziati, e al loro seguito, dai <strong>tradizionali visitatori</strong> dell’Italia.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Parole di grande critica: l’autore praghese inveisce su uno status quo, quello di una città che non muta, che sta ferma, dove ogni tempo è buono per restaurare quel poco che c’è per alimentare i servizi turistici di turno. Era il tempo in cui Roma cresceva, anche se Rilke sembra ignorarlo. In meno di trent’anni la città vedrà quasi triplicare i suoi abitanti (con una folta popolazione operaia), mentre enorme importanza inizieranno ad assumere sotto il profilo economico le grandi imprese edili. Ma davvero la nostra Capitale è il frutto di una stratificazione di passati che si sono voluti esumare? O non è forse una delle uniche città al mondo che ha saputo vivere tutte le ere storiche in un cuore di contemporaneità?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>“Tutte quelle cose non sono che delle vestigia, che si trovano là per caso, che appartengono a un altro tempo a una vita che non è e non deve essere la nostra. Dopo alcune settimane di difensiva si ritrova la nostra strada, ancora storditi. Ci si dice: No, qui non c’è più bellezza che altrove. Se qui c’è meraviglia è perché dappertutto se ne trova.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Sarà un caso che Roma è stata l’erede di Atene, la culla dell’Impero Romano, il terreno dove Pietro su mandato di Gesù ha eretto la sua Chiesa? Sarà una coincidenza che la Nostra Capitale ha dato i natali a personaggi illustri in ogni tempo?  Potremmo dimenticare che persino l’UE è nata a Roma?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>“Acque piene di vita arrivano all’Urbe per mezzo dei suoi antichi acquedotti, danzano nelle vasche di pietra bianca nelle sue numerose piazze, si spandono dentro vasti e profondi bacini: il loro rumore ogni giorno si eleva in canto durante la notte, che qui è maestosa e stellata e dolce come la carezza dei venti. Ci sono qui dei giardini, dei viali indimenticabili, delle scale ideate da Michelangiolo a immagine di acque che cascano, ampie nella loro caduta, con ogni gradino nascente da un altro gradino, come un flutto da un altro flutto. <strong>Si deve a certe emozioni di raccogliersi, liberarsi dalla moltitudine invadente che parla e chiacchiera</strong> (e come è loquace!).”</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il titubante Rilke è caduto nella trappola: si è fatto anche lui ammaliare dall’Urbe millenaria che descrive con quella fitta rete di finimenti proprie di un Parnaso. Ed è proprio così: Roma è una città che in prima battuta ci vuole dubbiosi, non ci accoglie, ci lascia nell’antro di casa senza farci salire in salotto.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, venuto il momento… ci invita a cena, ci dona calore, ci fa sentire a casa nei suoi spazi larghi veramente immortali.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>“Si impara lentamente a riconoscere <strong>le rarissime cose nelle quali dura l’eterno</strong>, quelle che possiamo amare, la solitudine alla quale possiamo prendere parte in silenzio.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Un’ultima considerazione riguarda la chiusa. Il nostro autore avvisa rammaricato Kappus che gli sia rispedito il plico con le sue opere poiché non gli giunse. Scrive queste parole:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>“Spero che nulla sia stato smarrito, come disgraziatamente è sempre da temere con la posta italiana.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Si vede proprio che le cose non son cambiate…</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Mario De Rosa</em></strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Commento a le &#8220;Lettere a un giovane poeta&#8221; R.M.Rilke &#8211; 8</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jun 2012 19:17:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mese: gennaio Anno: 2011 Articolo: 8 Lettere a un giovane poeta Quarta Epistola – 3a parte Gli Uomini e il Mistero Le ultime considerazioni della quarta epistola, con la quale ancora una volta ci confronteremo, si concretano in parole di augurio, ed è con questo spirito che vogliamo cominciare il <p class="more-class clear"><a class="more-link" href="https://www.marioderosa.net/commento-a-le-lettere-a-un-giovane-poeta-r-m-rilke-8/"><span>Approfondisci...</span></a></p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>Mese: gennaio</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Anno: 2011</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Articolo: 8</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Lettere a un giovane poeta</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quarta Epistola – 3a parte</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli Uomini e il Mistero</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Le ultime considerazioni della quarta epistola, con la quale ancora una volta ci confronteremo, si concretano in parole di augurio, ed è con questo spirito che vogliamo cominciare il nuovo anno. Il nostro poeta non si ferma nelle sue lunghe e dialogate riflessioni. Discute dell’atto d’amore, lo descrive fino a trarne conseguenze profonde: Rilke è sempre alla ricerca della sostanza delle cose e le analizza proprio per questo per quello che sono:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>“Non lasciatevi ingannare dalle superfici; <strong>nel profondo tutto si fa legge</strong>. E <strong>coloro che vivono il mistero male e in modo errato</strong> (e sono moltissimi), lo perdono solo per se stessi e tuttavia <strong>lo passano come un plico chiuso, senza saperlo.”</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ancora una volta sono parole che non eccedono, non pleonastiche quelle del grande autore. L’amore cela un grande segreto e come tale, come ogni cosa misteriosa, rischia di essere frainteso, banalizzato e volgarizzato. Non perché una cosa è complessa vuol dire che è incomprensibile, ma spesso anzi necessita l’umiltà sovrana di chi si predispone a capire senza il pregiudizio del presunto sapiente.</p>
<p style="text-align: justify;">Non dimentichiamo, a tal proposito, le parole dell’Evangelista Luca: “<strong>Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Si, Padre, perché così ti è piaciuto.”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em> “Forse aleggia su tutto <strong>una grande maternità;</strong> <strong>un essere che non ha prodotto nulla</strong> <strong>è maternità, presagita e preparata, temuta e bramata.</strong> E la bellezza della madre è maternità d’ancella, e nella vecchia è un grande ricordo. Anche nell’uomo v’è maternità, del corpo e dello spirito; anche il suo generare è quasi un parto, è parto quando crea da un’intima pienezza.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il grande parallelo che il poeta praghese ha costruito è tra l’Amore come integrità (del sentimento, dell’atto passionale, del rapporto) e la pienezza della creazione. Anche gli uomini generano creature, anche se il collegamento con esse non è sempre così evidente. Sono riflessioni forse involute talora, ma dimostrano un grande slancio verso la maternità come funzione e realtà sacra dell’esistenza, ancora una volta un amore sincero per la vita e la creazione.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>“E forse i sessi sono molto più affini di quanto non si creda, e il grande rinnovamento del mondo forse consisterà nel fatto che <strong>l’uomo e la fanciulla, liberi da tutti i falsi sentimenti e disamori, non si cercheranno come opposti ma come fratelli e vicini, e si uniranno come esseri umani</strong>, per sopportare insieme, con semplicità, serietà e pazienza, il gravoso sesso a loro imposto.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">È una dimensione utopica, forse magica addirittura. Eppure è stato questo il movimento e lo spirito di quanti hanno voluto abbattere le barriere tra le donne e gli uomini per avvicinarli. Molto spesso però – la storia insegna – il misconoscimento delle ovvie differenze (che colorano la vita in ogni settore) ha indotto ad un appiattimento che è uguaglianza negata e onestà tradita.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>“Ma tutto quello che forse un giorno sarà possibile a molti, <strong>il solitario lo può fin d’ora preparare e costruire con le proprie mani, meno soggette a errori</strong>. Perciò amate la vostra solitudine e portatene il dolore che essa vi procura con melodioso lamento, caro signore. Poiché chi vi è vicino vi è lontano e ciò dimostra che intorno a voi si va facendo spazio. E se la sua vicinanza è lontana, allora la vostra vastità è già nel firmamento e molto grande, gioite della vostra crescita, in cui nessuno vi potrà accompagnare, e siate buono verso chi rimane indietro.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Le persone nella vita sono spesso una circostanza: prendono di noi quello che desiderano, ci lasciano. Eppure Rilke ci chiede di rimanere sereni, se non accondiscendenti quanto meno indulgenti verso chi è indietro e non può o non vuole seguirci. Ci viene soltanto chiesto di godere di questo spazio immenso, nel quale possono esser partorite le cose migliori. Ed ecco la chiusa, vero e proprio voto augurale:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>“Aspettate di vedere se la vostra più intima vita si senta limitata dalla forma di quella professione. La solitudine sarà per voi sostegno e asilo anche in mezzo a situazioni molto estranee, e in essa voi potrete trovare tutte le vostre strade. Ogni mio augurio è pronto a unirsi a voi, e così la mia fiducia.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Mario De Rosa</em></strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Commento a le &#8220;Lettere a un giovane poeta&#8221; R.M.Rilke &#8211; 7</title>
		<link>https://www.marioderosa.net/commento-a-le-lettere-a-un-giovane-poeta-r-m-rilke-7/</link>
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		<pubDate>Fri, 29 Jun 2012 19:17:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mese: novembre Anno: 2010 Articolo: 7 Lettere a un giovane poeta Quarta Epistola &#8211; 2° parte Il pensiero di essere creatori “La voluttà del corpo è un’esperienza dei sensi, non diversamente dal puro sguardo e dalla pura sensazione cui un bel frutto colma la lingua; è un’esperienza grande e senza <p class="more-class clear"><a class="more-link" href="https://www.marioderosa.net/commento-a-le-lettere-a-un-giovane-poeta-r-m-rilke-7/"><span>Approfondisci...</span></a></p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>Mese: novembre</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Anno: 2010</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Articolo: 7</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><br />
</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><br />
</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Lettere a un giovane poeta</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Quarta Epistola &#8211; 2° parte</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il pensiero di essere creatori</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>“La voluttà del corpo è un’esperienza dei sensi, non diversamente dal puro sguardo e dalla pura sensazione cui un bel frutto colma la lingua; è <strong>un’esperienza grande e senza fine</strong> che ci è data, <strong>una conoscenza del mondo</strong>, la pienezza e lo splendore di ogni conoscenza. E non l’accoglierla è male; male è che quasi <strong>tutti di questa esperienza fanno cattivo uso</strong>, e <strong>la sprecano</strong> e <strong>la impiegano come stimolo nei punti stanchi della loro vita </strong>e <strong>come distrazione</strong>, e <strong>non come raccoglimento per attingere apogei.”</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Catapultati in medias res, questa volta, ci ritroviamo ancora a commentare questa vibrante epistola di Rainer Maria Rilke. Il grande maestro ha da dire la sua sul tema della passione fisica, dell’amore, del sesso. Ma lo fa con grazia, con la consapevolezza di quanto grande sia l’esperienza dell’incontro con l’altro/altra, l’avvicendarsi, il cercarsi: apogeo e fonte di conoscenza allo stesso tempo. Il poeta praghese ci aveva parlato, nel primo scorcio della lettera, dell’importanza delle domande. Curioso che proprio il tema del sapere sembra illuminare tutta la restante parte del suo scritto, in modo intenso, ma anche essenziale.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>“Gli uomini d’altronde hanno mutato anche la natura del mangiare: l’indigenza da un lato e l’abbondanza dall’altro hanno turbato la chiarezza di questo bisogno, e torbidi si sono anche fatti tutti i bisogni profondi, semplici, in cui la vita si rinnova. <strong>Ma il singolo può chiarirli per sé e vivere in chiarezza</strong> (e se non il singolo, che è troppo dipendente, certo il solitario). Egli può ricordare che ogni bellezza negli animali e nelle piante è una sommessa e duratura forma di amore e desiderio, e può vedere l’animale, come vede la pianta, accoppiarsi docile e paziente e moltiplicarsi e crescere non per piacere fisico, non per dolore fisico, <strong>inchinandosi a necessità più grandi di piacere e dolore e più potenti di volontà e rivolta</strong>.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">È un Rilke filosofo quello che scrive questi paragrafi. Un poeta, ma forse anche un etologo e un antropologo, osservatore disilluso del reale, consapevole di deformazioni pericolose ante litteram (che se allora furono numerose, oggi sono la norma e l’abitudine), oltre che estasiato profeta della natura, come più volte ci è capitato di poter vedere. Un Rilke spaventosamente vicino al celeberrimo filosofo stoico latino Seneca, che nelle Epistole a Lucilio guarda agli uomini &#8211; sovente suoi contemporanei &#8211; con un occhio non troppo diverso né tantomeno ingenuo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>“Oh, se <strong>l’uomo accogliesse più umilmente questo mistero</strong>, di cui la terra è colma fin nelle sue minime cose, e <strong>più seriamente lo portasse e lo sopportasse</strong>, e <strong>ne sentisse la tremenda gravità</strong>, che invece prende alla leggera. Se portasse <strong>riverenza per la sua fecondità</strong>, che essa appaia spirituale o fisica; poiché anche <strong>la creazione spirituale trae origine da quella fisica</strong>, è della stessa sua natura, e solo una più sommessa, estatica ed eterna replica della voluttà del corpo.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Queste parole suggellano una teoria interessante, monistica e solo apparentemente materialista. Rilke, che si alza così in alto quando prende la penna in mano, è tuttavia un uomo concreto, uomo innanzitutto, con le pulsioni, le emozioni, le follie di ogni essere umano del suo e del nostro tempo. Ripudiando inutili e pericolosi ascetismi, guarda al materiale, alla ricerca di un’estasi creativa che maggiormente gli è consono in quanto sinceramente spontanea. Tutto ha origine col desiderio e nel desiderio.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>“<strong>Il pensiero di essere  creatore, di generare di plasmare non è nulla senza la sua costante</strong>, <strong>grande</strong> <strong>conferma nella realizzazione nel mondo</strong>, nulla senza i mille consensi di cose e animali; e il suo godimento è così indescrivibilmente bello e ricco, solo perché è pieno di ricordi ereditati dal generare e partorire di milioni. <strong>In un pensiero di creatore rivivono mille dimenticate notti d’amore, e lo colmano di maestà e grandezza.</strong> <strong>E coloro che nelle notti si incontrano, intrecciati in una cullante voluttà, compiono un serio lavoro e radunano dolcezze, profondità e forza per il canto di qualche poeta venturo, che si leverà per dire indicibili delizie.</strong>”</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">È un’immagine meravigliosa, un modo inedito di parlare della passione erotica, in funzione, curiosamente, della produzione artistica, intesa non nel banale senso che il commercio gli ha affiliato nel nostro secolo, bensì in quello più vivo, primigenio, di creazione quasi mitica, quasi “ex nihilo” nella misura in cui essa è frutto dell’originalità, dello studio, della perizia e del desiderio di una persona.</p>
<p style="text-align: justify;">È soltanto una similitudine, delicata quasi come se fosse poesia: un modo semplice, aperto e continuativo, di nobilitare l’arte parlando dalla vita dei corpi, dalla passione, dall’eros,… di tutto ciò che profondamente continua a restare arte e meraviglia del creato.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Mario De Rosa</em></strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Commento a le &#8220;Lettere a un giovane poeta&#8221; R.M.Rilke &#8211; 6</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jun 2012 19:16:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pubblicazioni su "Il Centro"]]></category>

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		<description><![CDATA[Mese: settembre Anno: 2010 Articolo: 6 Lettere a un giovane poeta Quarta Epistola &#8211; 1° parte L’amore e il sesso: l’importanza di vivere le domande Vi sono domande, nel cuore di ogni uomo, che superano tentazioni e rinunce, si presentano in modo costante e scavano un solco profondo nell’anima cercando <p class="more-class clear"><a class="more-link" href="https://www.marioderosa.net/commento-a-le-lettere-a-un-giovane-poeta-r-m-rilke-6/"><span>Approfondisci...</span></a></p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>Mese: settembre</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Anno: 2010</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Articolo: 6</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><br />
</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><br />
</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Lettere a un giovane poeta </strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong> Quarta Epistola &#8211; 1° parte</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’amore e il sesso: l’importanza di vivere le domande</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vi sono domande, nel cuore di ogni uomo, che superano tentazioni e rinunce, si presentano in modo costante e scavano un solco profondo nell’anima cercando di trovare una risposta.. Domande che son tanto più vere quando il nostro corpo, la nostra mente conoscono un desiderio, il bisogno dell’altra/altro che è il desiderio per antonomasia e si concretizza ogni volta costringendoci a pensare, ad agire, a sentire.</p>
<p style="text-align: justify;">Rainer  M. Rilke scrive a Worpswede presso Brema il 16 luglio del 1903 un’epistola calda e intensa che raccoglie molte delle sue riflessioni sull’amore, sulla solitudine e su tutte le loro prospettive, consegnate a un giovane che, come abbiamo già precedentemente ricordato, è da considerarsi un giovine qualunque, come ognuno di noi è stato, è o sarà.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima immagine che Rilke ci propone di sé è quella di un uomo stanco, che cerca il risanamento nel clima e nella calma delle pianure del Nord.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>“Carissimo Sig. Kappus: rileggendo ora la vostra lettera del 2 di maggio, nella grande quiete di questa lontananza, mi commuove la vostra bella ansia della vita, più di quanto non l’avvertissi a Parigi, dove tutto ha un’altra eco per l’assordante rumore di cui tremano le cose. Qui sento che <strong>a quei dubbi e sentimenti</strong>, che nel loro profondo vivono di vita propria, <strong>nessun uomo al mondo può dare risposta: poiché anche i migliori errano nelle parole, se debbono dar voce all’impalpabile, quasi indicibile</strong>.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">È una premessa veritiera e condivisibile. Rilke, affascinato dalla bramosia di vita del giovane ragazzo, nel contesto della “<em>campagna poderosa” </em>da dove scrive, ammette questa ineffabilità delle emozioni più profonde che hanno a che fare con la sfera dei sentimenti. Si fa carico di questa, ma non la serba per sé: è maestro nell’indirizzare all’ascolto del proprio intimo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>“Credo che voi non dobbiate rimaner senza soluzione, se vi attenete a cose affini a quelle che adesso ristorano i miei occhi. Se vi attenete alla natura, a quanto in essa vi è di semplice, piccolo, invisibile ai più e può farsi a un tratto incommensurabile; se provate questo amore per le umili cose e con semplicità, da servitore, cercate di conquistare la fiducia di ciò che sembra povero, allora tutte le cose diverranno facili, uniformi, quasi più concilianti; forse non all’intelletto che stupito indugia, ma nella sua più intima e vigile coscienza e conoscenza.” </em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Esiste dunque una via per capire. Il poeta della natura ancora una volta ci guida passo passo educandoci allo sguardo di ciò che è segreto e intimamente ricompreso in ciò che ci è attorno; predilige uno scenario rupestre, povero, ma chiaramente questo è pretesto e al contempo habitat di quelle riflessioni. Ecco che il poeta praghese esamina proprio quelle domande di cui dicevamo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>“Voi siete così giovane, così nuovo a ogni inizio, e io vorrei pregarvi come posso di essere paziente verso tutto l’insoluto nel vostro cuore, e di tentare di amare le domande stesse come stanze chiuse, come libri scritti in una lingua molto estranea. Non ricercate ora le risposte che non possono esservi date perché non le potreste vivere. Mentre si tratta di vivere tutto. Ora vivete le domande. Forse così, a poco a poco, insensibilmente, vi troverete un giorno a vivere la risposta.”. </em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">È un invito a vivere tutto, per l’appunto. Certamente anche nel senso concreto della parola, che spesso si appunta a tanti giovanissimi che vogliono bruciare tappe precludendosi di percorrere la strada per intero. Ma è un invito anche più ampio e meno diretto, ad accontentarsi di ciò che giorno dopo giorno possediamo come presupposto di conoscenza per andare oltre e scoprire: un procedimento che è valido non solo nel campo dell’attività intellettiva, ma anche nelle lunghe traversate compiute dal nostro animo alla ricerca di piccole verità.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>“Forse voi recate davvero in voi la possibilità di formare e creare, come modo particolarmente beato e puro di vivere; educatevi a ciò, prendendo tuttavia quel che viene con grande fiducia, e se solo viene dalla vostra volontà, da una qualunque urgenza del vostro intimo, prendetelo su di voi <strong>senza odiare nulla</strong>. Il sesso è difficile; sì. Ma<strong> è il difficile il nostro compito, quasi tutto ciò che è serio è difficile, e tutto è serio.</strong> Se solo voi lo riconoscete e giungete da voi, partendo dalla  vostra esperienza e infanzia e forza, a conseguire un rapporto affatto personale, libero da convenzioni e usanze, con l’amore, allora voi non dovete più temere di perdervi e divenire indegno del suo miglior possesso”. </em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Cosa vorrà dire il nostro autore in questo piccolo frangente? In che modo affronta un tema così delicato come l’amore, anche fisico, partendo dalla sua esperienza di vita? Questo sarà oggetto del prossimo commento alla quarta epistola, carica di spunti. Tuttavia, è finora indicativo che il nostro autore, prendendo coscienza della serietà di questa parte importante della nostra vita, non voglia eludere il discorso, ma guidarci prudentemente su una via &#8211; che è la sua via &#8211; fatta di conoscenza, al fine di non perderci.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Mario De Rosa</em></strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Commento a le &#8220;Lettere a un giovane poeta&#8221; R.M.Rilke &#8211; 5</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jun 2012 19:14:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pubblicazioni su "Il Centro"]]></category>

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		<description><![CDATA[Mese: luglio Anno: 2010 Articolo: 5 &#8220;Lettere a un giovane poeta&#8221; Criticare la critica Cari amici del “Centro”, ci siamo lasciati commentando la seconda epistola, più d’un mese fa. Beh è tempo di prender per mano la terza lettera che il giovane Rilke inviò al suo discepolo spirituale, esattamente il <p class="more-class clear"><a class="more-link" href="https://www.marioderosa.net/commento-a-le-lettere-a-un-giovane-poeta-r-m-rilke-5/"><span>Approfondisci...</span></a></p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>Mese: luglio</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Anno: 2010</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Articolo: 5</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><br />
</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;Lettere a un giovane poeta&#8221;<br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Criticare la critica</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Cari amici del “Centro”, ci siamo lasciati commentando la seconda epistola, più d’un mese fa. Beh è tempo di prender per mano la terza lettera che il giovane Rilke inviò al suo discepolo spirituale, esattamente il 23 aprile 1903, da Viareggio. Ma per una volta vi chiederò uno sforzo più intenso: proviamo a catapultarci in medias res, proprio tra le parole dell’autore praghese, con l’avvertenza che questa epistola, specificamente, presenta come delle anomalie curiose al suo interno e, dopo le indicazioni pratiche – che pure non mancano – relative soprattutto a consigli di lettura diretti a risvegliare l’estro e la fantasia di Kappus, Rilke si muove in un efferato attacco alla Critica letteraria. Attacco che però, se non ci risulta nuovo (ne abbiamo trovato tracce nella prima epistola) è ricco di significati per ognuno di Noi:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>[Rilke commenta l’introduzione di un libro fatta da un critico, della quale Franz Kappus ha dato un parere negativo]</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> “Qui vorrei rivolgervi una preghiera. Leggete il meno possibile opere critiche ed estetiche. Sono prodotti di spiriti faziosi, pietrificati, privi di senso nella loro rigidezza, senza vita, oppure abili giochi di parole; un giorno vi detta legge un’opinione, un altro l’opinione contraria. <strong>Le opere d’arte sono di una solitudine infinita</strong>; nulla è peggio della critica per accostarvisi.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">È un messaggio forte, che propugna come idea caratterizzante un relativismo metodologico, quasi – sembrerebbe – un convinto scetticismo nei confronti di tutto ciò che la critica scrive e propone.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è possibile ritenere che un pilastro della letteratura abbia tanta fobia nei riguardi della stessa azione del “commento all’opera”? (perché, non si dimentichi, la critica parte sempre da questa esigenza esegetica ed è presente ovunque, dal commento dell’opera letteraria o artistica lato sensu, alla riflessione sul Testo Sacro e a quella, non meno importante, sulla legislazione).</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà la valutazione che Rainer Maria Rilke sviluppa sulla critica in sé è di tipo diverso: si presenta come contestazione dell’assetto stesso del fare “critica”, è “critica della critica”, dunque, senza smontare però del tutto quella primigenia esigenza di cui si è detto, ma dando rilievo ad aspetti più essenziali e profondi:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>“Solo l’amore può afferrare le opere d’arte, custodirle, esser giusto verso di loro. Date sempre ragione al sentimento <strong>vostro</strong> contro queste analisi, queste introduzioni, questi resoconti. Se avrete torto voi, lo sviluppo naturale della vostra vita interiore vi condurrà col tempo ad un altro stato di conoscenza.” </em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Dunque Critica come processo evolutivo, progressivo… ma personale.</p>
<p style="text-align: justify;">I veri critici, quelli che in ultima analisi sapranno dare all’opera i suoi connotati, li riconosceranno,… siamo Noi. Benedetto Croce sembra vivere dentro queste parole, con l’affermazione che ogni costruzione teoretica sull’arte in sé, ogni “metariflessione” sull’arte che non sia arte, nuoce all’arte, la spegne, la mortifica. È una concezione che – a parer mio fortunatamente &#8211; è superata, ma che può farci da guida nella vita con semplicità estrema e totale efficacia: tutto ciò che proviamo, tutto ciò che viviamo deve passare per il nostro giudizio, per il nostro tribunale interiore per esser effettivamente approvato. Ma i tempi di “restituzione”, come si dice nel Teatro Educazione, possono essere lunghi. Non bisogna demordere. Il vero artista cresce, ma al tempo di un albero che supera le intemperie con la fiducia nel futuro radioso dell’estate.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>“Lasciate ai vostri giudizi il loro tranquillo sviluppo. Non contrariatelo, poiché come ogni progresso, deve venir dal profondo del vostro essere e non può sopportare né sforzi, né fretta. Portare a termine, poi partorire: tutto sta qui. Bisogna che voi lasciate partorire dentro di voi ogni impressione, ogni germe di sentimento, nell’oscuro, nell’inesprimibile, nell’incosciente, in queste regioni chiuse alla comprensione. Aspettate con umiltà e con pazienza l’ora della nascita d’un nuovo chiarore. <strong>L’arte esige tanto dai suoi semplici fedeli quanto dai creatori</strong>. Il tempo, qui, non è una misura. Un anno non conta: dieci anni non son niente. Esser artisti non vuol dire contare, vuol dire crescere come l’albero che non sollecita la sua linfa, che resiste fiducioso ai grandi venti della primavera, senza temere che l’estate non possa venire. L’estate viene. Ma non viene che per quelli che sanno attendere, tanto tranquilli e aperti come se avessero l’eternità dinnanzi a loro. Lo imparo ogni giorno a prezzo di sofferenze che benedico: <strong>la pazienza è tutto</strong>.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Mario De Rosa</strong> </em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Commento a le &#8220;Lettere a un giovane poeta&#8221; R.M.Rilke &#8211; 4</title>
		<link>https://www.marioderosa.net/commento-a-le-lettere-a-un-giovane-poeta-r-m-rilke-4/</link>
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		<pubDate>Fri, 29 Jun 2012 19:14:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pubblicazioni su "Il Centro"]]></category>

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		<description><![CDATA[Mese: Maggio Anno: 2010 Articolo: 3 “Lettere a un giovane poeta” &#8220;Fin dove arriva l’Ironia&#8230;&#8221; La seconda epistola  Affollata, la mente è spesso ostello per pensieri, racchiusi in stanze non sempre sufficientemente confortevoli … è questa, cari amici, una metafora che mi è venuta alla mente dalla lettura di questa seconda <p class="more-class clear"><a class="more-link" href="https://www.marioderosa.net/commento-a-le-lettere-a-un-giovane-poeta-r-m-rilke-4/"><span>Approfondisci...</span></a></p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Mese: Maggio<br />
Anno: 2010 </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Articolo: 3</p>
<p><strong>“Lettere a un giovane poeta”</strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><strong><strong>&#8220;Fin dove arriva l’Ironia&#8230;&#8221;</strong><br />
</strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><strong>La seconda epistola </strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Affollata, la mente è spesso ostello per pensieri, racchiusi in stanze non sempre sufficientemente confortevoli … è questa, cari amici, una metafora che mi è venuta alla mente dalla lettura di questa seconda lettera di Rainer Maria Rilke, scritta il 5 aprile 1903 da Viareggio presso Pisa. Concluso il commento della prima, fondamentale, epistola a Franz Xaver Kappus, ci tocca ora prendere in esame la restante corrispondenza del poeta praghese &#8211; cosa che faremo seguendo l’ordine cronologico delle lettere che ci sono pervenute -.</p>
<p style="text-align: justify;">L’autore questa volta esordisce parlandoci di una certa spossatezza, di un’indisposizione molesta che quasi lo ha trattenuto dallo scrivere. Rilke, senza falsa modestia o eccessi di cortesia, si scusa se le sue parole ci lasceranno a mani vuote e adduce una motivazione che ci fa rimanere interdetti (ma, oserei dire,… piacevolmente):</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>“ Proprio nelle cose più profonde e importanti siamo indicibilmente soli, e affinché uno possa consigliare e anzi aiutare l’altro deve accadere molto, molto deve riuscire, una intera costellazione di cose si deve realizzare perché si ottenga una volta lo scopo.”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Non è una professione di solipsismo, di amore per la solitudine. Come dicevo, il poeta, convinto della propria arte (ma conscio dei propri limiti di uomo), non esagera mettendo in luce le sue difficoltà: bada alla sostanza laddove la sostanza è il dialogo, l’interscambio tra due soggetti con una storia diversa, tra due spiriti che devono confrontarsi &#8211; e tutto ciò è notoriamente di difficile realizzazione -.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Questa volta il nostro autore deliberatamente vuole darci due consigli, illuminarci su due tematiche. La prima è l’<strong>Ironia</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Da essa, dice Rilke, <em>“non dobbiamo lasciarci dominare, e soprattutto non nei momenti poco creativi.”</em> È opportuno servirsene <em>“come di un mezzo in più per afferrare la vita. Usata con purezza è anch’essa pura, e non ce ne dobbiamo vergognare”</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Molto interessante è, alla luce di tutto ciò, riflettere sugli sviluppi che ha assunto l’ironia nella storia del pensiero mondiale e soprattutto nella letteratura novecentesca (Pirandello ci ha lasciato riflessioni illuminanti connesse all’ironia, all’umorismo, alla comicità… elementi certo diversi, ma che andrebbero visti comparativamente per essere apprezzati di più e capiti nel modo migliore).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>“Se la sentite troppo familiare, se ne temete la crescente intimità, volgetevi allora verso oggetti grandi e seri, al cui cospetto essa si fa piccola e inerme. Ricercate il profondo delle cose, dove l’ironia non scende mai; e se così facendo lambirete il margine della grandezza, verificate al contempo se quella concezione scaturisca da una necessità della vostra natura. Poiché sotto l’azione delle cose serie essa o si staccherà da voi, se è casuale, oppure, se veramente è a voi innata, si rinsalderà fino a farsi serio strumento, e rientrerà nell’ordine dei mezzi con cui dovrete formare la vostra arte”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ho di proposito scelto ti citare l’intero passo perché ogni volta che lo leggo mi palesa un aspetto nuovo del fare l’arte. Impercettibilmente, anche se a noi tutti può non sembrare, l’artista deve mantenere sempre un dialogo con la propria interiorità, la quale con l’arte stessa si manifesta in modo diretto e pieno.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il secondo consiglio del poeta riguarda alcune letture che egli propone indirettamente al suo discepolo: la Bibbia, testo irrinunciabile, e J.P.Jacobsen; da quest’ultimo e dallo scultore Auguste Rodin Rilke egli dice di aver appreso ciò che sa in termini di processo creativo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Piuttosto tuttavia, in chiusura di questo commento, mi piace recuperare il tema dell’ironia e svilupparlo brevemente: quante forme di ironia conosciamo?</p>
<p style="text-align: justify;">Di ironia si è parlato fin dalla notte dei tempi e con significati sempre nuovi: Socrate ne faceva il perno della propria filosofia, lo strumento per costringere la costruzione dialettica dell’avversario a cadere; il teatro ne ha fatto un suo uso sfruttandola con varie gradazioni e varie attribuzioni di senso; la letteratura e la filosofia fino addirittura alla psicologia l’hanno ora descritta ora analizzata fino ad utilizzarla (si pensi a Freud) come meccanismo per violare la censura del tabù.</p>
<p style="text-align: justify;">Rilke sfrutta, a mio avviso, un motivo dal sapore romantico, ma ancora una volta si precipita nello studio dell’anima: al di là di sillogismi e deduzioni, l’ironia è una forma di epifania del proprio sentire, manifestazione di una caratteristica del’interiorità che può divenire allo stesso tempo strumento artistico di primo ordine.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Sotto un diverso profilo invece, mi piace ricordare la celebre affermazione di Victor Hugo sullo stesso tema, caro, come detto, a tanta parte del pensiero mondiale in ogni tempo: “La libertà comincia dall’ironia”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Mario De Rosa</em></strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Commento a le &#8220;Lettere a un giovane poeta&#8221; R.M.Rilke &#8211; 3</title>
		<link>https://www.marioderosa.net/commento-a-le-lettere-a-un-giovane-poeta-r-m-rilke-3/</link>
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		<pubDate>Fri, 29 Jun 2012 19:13:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pubblicazioni su "Il Centro"]]></category>

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		<description><![CDATA[Mese: Marzo Anno: 2010 Articolo: 2 “Lettere a un giovane poeta”  &#8220;Arte come necessità 2&#8243; La prima epistola – parte seconda “Necessità come arte” “Morireste se vi fosse vietato di scrivere?” Ebbene si, cari amici; ci siamo lasciati la scorsa volta conservando ancora incompleto il nostro itinerario su questa prima <p class="more-class clear"><a class="more-link" href="https://www.marioderosa.net/commento-a-le-lettere-a-un-giovane-poeta-r-m-rilke-3/"><span>Approfondisci...</span></a></p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Mese: Marzo<br />
Anno: 2010 Articolo: 2</p>
<p><strong>“Lettere a un giovane poeta” </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;Arte come necessità 2&#8243;</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
La prima epistola – parte seconda</strong></p>
<p>“Necessità come arte”<br />
“Morireste se vi fosse vietato di scrivere?” Ebbene si, cari amici; ci siamo lasciati la scorsa volta conservando ancora incompleto il nostro itinerario su questa prima epistola che, come dicemmo, riserva a noi tutti continue sorprese. Dunque torniamo a chiederci, questa volta più da poeti e lettori (anche solo figurati) e meno da uomini comuni: moriremmo se non potessimo scrivere?<br />
Rilke prosegue ancora il suo tragitto poetologico scendendo crudamente nel dettaglio e definendo cosa sia veramente l’opera artistica valente. È un giudizio di valore il suo, che presuppone innanzitutto il rifiuto di tautologie: tutto è estremamente concreto.</p>
<p>“Un&#8217;opera d&#8217;arte è buona se nasce da necessità. È questa natura della sua<br />
origine a giudicarla: altro non v&#8217;è. E dunque, egregio signore, non avevo<br />
da darvi altro consiglio che questo: guardatevi dentro di voi, esplorate le<br />
profondità da cui scaturisce la vostra vita; a quella fonte troverete risposta alla domanda se voi dobbiate creare.”</p>
<p>È un Rilke pienamente addentro il ventesimo secolo, che anticipa tematiche care alla lirica ermetica (e si pensi, in connessione, ad una pietra miliare della prima metà del secolo appena trascorso quale è appunto “Letteratura come vita” di Carlo Bo).<br />
Questa risposta cercata, attesa, è la risposta che noi ardentemente desideriamo; la risposta che può farci bene ma può persino distruggere la nostra identità di artisti, costringerci a rinunciare per sempre al nostro sogno.<br />
Ma come identifichiamo un sogno che contiene al contempo un preciso indirizzo di vita?<br />
Ossia… se il sogno in questione dipende da quella domanda che abbiamo posto al principio di questo commento alla prima lettera dell’epistolario come a quello della volta scorsa, e se abbiamo compreso che una risposta negativa ad essa comporterebbe la chiusura di un portone (in modo presumibilmente irreversibile), è utile effettuare questa ricerca, combattere questo dubbio?</p>
<p>“Accettatela come suona, senza stare a interpretarla. Si vedrà forse che siete chiamato a essere artista. Allora prendete su di voi la sorte, e sopportatela, portatene il peso e la grandezza, senza mai<br />
ambire al premio che può venire dall&#8217;esterno. Poiché chi crea deve essere<br />
un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura sua compagna.<br />
Forse, però, anche dopo questa discesa nel vostro intimo e nella vostra<br />
solitudine, dovrete rinunciare a diventare un poeta (basta, come dicevo,<br />
sentire che senza scrivere si potrebbe vivere, perché non sia concesso).<br />
Ma anche allora, l&#8217;introversione che vi chiedo non sarà stata vana. La vostra vita in ogni caso troverà, da quel momento, proprie vie; e che possano essere buone, ricche e ampie, questo io ve lo auguro più di quanto sappia dire.”</p>
<p>Immaginiamo di possedere un evidenziatore e poter sottolineare qualche parola di questo lunghissimo estratto… voi cosa segnalereste? È una domanda che difficilmente può ricevere risposta diretta, ma nasce innanzitutto dall’esigenza, dal bisogno di formulare il quesito suddetto.<br />
Io, dovendo cristallizzare questa dimensione e focalizzare la mia attenzione, ho fatto delle scelte e, quale  giovane che legge con semplicità questo testo – e non un testo qualunque – , ho enucleato i seguenti vocaboli: interpretarla, sorte, peso, un mondo per sé e in sé , l&#8217;introversione.<br />
È una lettura, come detto personale, che predilige solo alcuni aspetti (ed era inevitabile) sacrificandone altri: la risposta che è frutto di questa introversione non va interpreta, comporterà una decisione della sorte a sua volta correlata con un nostro peso, che è il fardello di essere artisti, di essere in grado di creare e di essere un mondo per sé e in sé.</p>
<p>“Vi ringrazio ancora per la grandezza e la cordialità della vostra fiducia, di cui con questa risposta sincera, e data in buona fede, ho cercato di rendermi un po&#8217; più degno di quanto io, un estraneo, non sia.”</p>
<p>Un estraneo, esatto. Rainer Maria Rilke è per noi proprio un estraneo, deciso a consegnarci un pezzo importante della sua interiorità scandagliando, in modo efficace, la nostra.<br />
Cosa dunque, tirando i remi in barca, inevitabilmente spunta all’occhio è questa precisione nella descrizione delle procedure per giungere alla risposta in causa, che è la risposta di ogni giorno: devo fare?<br />
Non tutti siamo mossi dall’arte nella nostra vita, questo è un dato ineliminabile. Ma saperla parte integrante di essa comporta la missione (rieccoci!) e dunque i suoi costi più propriamente umani: umani in quanto simbolo autentico di umanità.<br />
Di ciò parleremo ancora.</p>
<p><em>Mario De Rosa</em></p>
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		<title>Commento a le &#8220;Lettere a un giovane poeta&#8221; R.M.Rilke &#8211; 2</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jun 2012 19:12:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pubblicazioni su "Il Centro"]]></category>

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		<description><![CDATA[Mese: Gennaio Anno: 2010 Articolo: 2 “Lettere a un giovane poeta” &#8220;Arte come necessità 1&#8243; La prima epistola – parte prima “Morireste se vi fosse vietato di scrivere?” Una domanda nuda e cruda che irrompe nel breve ruscello di parole di questa prima epistola che ci accingiamo finalmente a raccontare <p class="more-class clear"><a class="more-link" href="https://www.marioderosa.net/commento-a-le-lettere-a-un-giovane-poeta-r-m-rilke-2/"><span>Approfondisci...</span></a></p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Mese: Gennaio<br />
Anno: 2010</p>
<p style="text-align: justify;">Articolo: 2</p>
<p><strong>“Lettere a un giovane poeta”</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
<strong>&#8220;Arte come necessità 1&#8243;</strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
La prima epistola – parte prima</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
“Morireste se vi fosse vietato di scrivere?” Una domanda nuda e cruda che irrompe nel breve ruscello di parole di questa prima epistola che ci accingiamo finalmente a raccontare e che ne contiene, forse, il significato più pieno. Ancora una volta dunque, nell’accingerci al difficile compito di fornire un’interpretazione delle lettere dell’autore praghese (una delle innumerevoli, in quanto, come dicemmo, tanto vasti sarebbero gli sviluppi possibili dal testo), ritroviamo come impellente la domanda più sottile, che scava più a fondo alla ricerca delle nostre intime motivazioni: è fondamentale per noi svolgere quell’attività, compiere quell’azione?<br />
Lo scorso numero parlammo abbondantemente di “vocazione” e “vocazioni”. Come risulterà evidente sempre di più, è questo un tema che non possiamo eludere quando ci avviciniamo ad un testo di tale fatta e, a tal ragione, anche questa volta dovremo, indirettamente ricorrervi. Ma partiamo dal capo. Rilke, il nostro autore, ringrazia il “giovane poeta”, quel Franz Xaver Kappus di cui dicemmo, facilmente accostabile a “noi lettori” tutti nell’atto di recepire l’insegnamento del maestro, con poche ed essenziali parole. Subito però, quasi al principio stesso di questa lettera scritta il 17 febbraio 1903, l’autore fa una considerazione che può subito indurci a riflettere:</p>
<p>“Non entrerò nella maniera dei vostri versi, essendomi estranea ogni preoccupazione critica. Del resto, per afferrare un’opera d’arte, non c’è niente di peggio delle parole della critica. Esse conducono solo a malintesi più o meno felici”</p>
<p>Il rilievo di quest’affermazione potrebbe in un primo momento sfuggirci: come mai un autore, che si è certo espresso sovente fungendo da critico in diverse occasioni (quanto meno di se stesso), sottrae improvvisamente alla “critica” genericamente intesa tutta questa importanza? In realtà Rilke, come vedremo, è perfettamente coerente da questo punto di vista: la poesia non la fa la critica (come invece sovente accade ed è convinzione comune in numerosi ambienti letterari). Anzi, la stessa esegesi operata dagli addetti ai lavori rischia di divenire una faticosa copertura, una pesante sovrastruttura. Il perché però emerge in particolar modo dal seguito, come possiamo leggere:</p>
<p>“Le cose non sono tutte da prendere o da dire, come si vorrebbe far credere. Quasi tutto quello che avviene è inesprimibile e si compie in una regione invulnerata della parola” .</p>
<p>Queste parole, a nostro avviso, non sono di facile applicazione. Anzi, sorge il problema di discernere cosa vada detto e cosa invece non vada detto. Interessante sarebbe riflettere anche sul costume ormai invalso di dire “quanto più” della propria vita, delle proprie idee, dei propri sentimenti (in particolar modo, come è facilmente riscontrabile adesso, sui social networks) privandosi della privacy e regalando i nostri dati sensibili, con rischi che spesso non immaginiamo (e la normazione recente, sempre più attenta sulla materia, ha dimostrato di esserne consapevole). Tralasciando il mondo del diritto e penetrando in queste parole tuonanti di senso, molto forte è il riferimento, che mostra un Rilke assai ferrato sulla materia, all’ineffabilità del “moto incessante prodotto dell’Io”. Esisterebbe una regione dello Spirito, anzi, della “parola” (qui pienamente sacralizzata, come in origine le era proprio &#8211; si pensi al mondo ebraico e alla Cabala &#8211; ) del tutto inaccessibile, non solo per chi non tocca generalmente la parola con le dita come potrebbe fare uno scrittore, ma proprio per lui, per un poeta (ed uno dei più grandi…) capace di raggiungere le massime vette espressive servendosi proprio del mezzo della “voce in versi”.<br />
Seguono alcune righe destinate ai componimenti che Kappus aveva inviato a Rilke che fanno da ponte per condurci lì dove è il cuore del testo stesso.</p>
<p>“Mi domandate se i vostri versi sono buoni. Lo domandate a me. Prima lo avete già domandato ad altri. Li inviate alle riviste. Li confrontate con altre poesie, e vi allarmate se certe redazioni rifiutano i vostri tentativi poetici.<br />
Ora, poiché mi avete autorizzato a consigliarvi, vi chiedo di rinunziare a tutto questo. Voi guardate all&#8217;esterno, ed è appunto questo che ora non dovreste fare.<br />
Nessuno può darvi consiglio o aiuto, nessuno. Non v&#8217;è che un mezzo.<br />
Entrate dentro di voi. Interrogatevi sul motivo che vi intima a scrivere;<br />
verificate se esso protende le radici nel punto più profondo del vostro cuore. Confessate a voi stesso: morireste, se vi fosse vietato di scrivere?”</p>
<p>È  una risposta molto soggettiva, caricata semanticamente da quel “confessate” veramente intraducibile e inspiegabile. Una risposta che ognuno di noi sente diversa, per qualsiasi diversa attività presa in considerazione.</p>
<p>Questo soprattutto domandatevi, nell&#8217;ora più quieta della vostra notte: devo scrivere?Frugate dentro di voi alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se voi potrete affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruite la vostra vita secondo questa necessità. La vostra vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna<br />
e testimone di questa urgenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p><em>Mario De Rosa </em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Commento a le &#8220;Lettere a un giovane poeta&#8221; R.M.Rilke &#8211; 1</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jun 2012 19:10:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pubblicazioni su "Il Centro"]]></category>

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		<description><![CDATA[Mese: Novembre Anno: 2009 Articolo: 1 “Lettere a un giovane poeta” Termini di una Vocazione… poetica Quando si parla di “vocazione”, dunque emblematicamente (ce lo conferma l’etimologia stessa della parola, derivante dal verbo latino “vocare”) di una “Chiamata”, si ha sempre il timore di dare una definizione che per la sua <p class="more-class clear"><a class="more-link" href="https://www.marioderosa.net/commento-a-le-lettere-a-un-giovane-poeta-r-m-rilke-1/"><span>Approfondisci...</span></a></p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Mese: Novembre Anno: 2009<br />
Articolo: 1</p>
<p><strong>“Lettere a un giovane poeta”<br />
Termini di una Vocazione… poetica</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando si parla di “vocazione”, dunque emblematicamente (ce lo conferma l’etimologia stessa della parola, derivante dal verbo latino “vocare”) di una “Chiamata”, si ha sempre il timore di dare una definizione che per la sua valenza onnicomprensiva debba riferirsi alla sfera delle azioni di una persona in toto, dirette a questo “quid” in modo pressoché cogente ed esclusivo, quasi che l’essere assai predisposti verso un mestiere, verso un attività o verso qualcosa d’altro (non dimenticando l’elemento della volontà che ha un peso rilevantissimo in questo contesto)  sia espressione di un Progetto Superiore a noi più o meno incognito che, per tale ragione, meriti la nostra totale dedizione. E così in realtà dovremmo a giusta ragione intendere il vocabolo suddetto se ci soffermassimo appena un attimo a ricordare quei numerosissimi nomi che hanno fatto la storia dei settori, delle branche del sapere, delle discipline da loro esplorate, fossero italiani o stranieri, laici o ecclesiastici (dunque nei termini di una Missione alla quale destinare tutto se stessi).<br />
Oggi però, in una realtà sociale fin troppo “distratta” dalle contingenze e dagli svaghi, occorre un po’ di fantasia per immaginare una “Chiamata veramente importante”, a tal punto che uno Chopin, un Bartolo, un Michelangelo, una Madre Teresa di Calcutta, un Pasteur sono addotti solo come “prove” in un discorso che tratti questa materia specifica, non certo come modelli da seguire fattivamente. Si ammette perciò l’esistenza di tali esempi di vita, ognuno come detto “vocato” a una sua specialissima attività, ma non sembra attuale dar loro la possibilità di essere qualcosa di più che semplici reminiscenze nella nostra vita.<br />
Grandi maestri di Vocazione furono i Santi, i geni della tecnica e dell’arte, i filosofi e i matematici che hanno lasciato il segno, i corridori olimpici persino, non tanto però per l’oggettivo valore della loro opera (che va inteso sì come un grosso merito, frutto anche di un impegno talora maniacale – si pensi ad un Van Gogh o ad uno Schumann), bensì per la tenacia dello sforzo prodotto in sé, per la totale abnegazione in virtù del risultato sperato che ogni volta si sposta più oltre, per il perfezionismo e per il rispetto stesso dell’attività considerata, qualunque sia la sua direzione… In altri termini non tanto per l’effetto quanto per lo scopo e per l’onestà interiore addotta a perseguirlo, valori oggi giorno poco considerati come aventi propria consistenza in una scala gerarchica delle virtù totalmente stravolta, ma che continuano a darci l’idea più evidente della realtà essenziale dell’elemento vocazionale, comune a tutti coloro che sentano questa chiamata per davvero (si potrà perciò essere avvocati di grido ma non avere realmente l’inclinazione alla professione forense, così medici per vocazione o… semplicemente medici).<br />
L’agire tende sempre di più ad avere senso se produce quel piacere, quel vantaggio. Il lavoro ad esempio, commensurato come valore nella nostra stessa Costituzione, tende ad essere percepito come strumento per vivere (il che certamente è lecito), ma non molto quale elemento di realizzazione sostanziale della persona.<br />
Ma il discorso, per comodità sviluppato sull’ambito delle attività lavorative -  produttive, meriterebbe una trattazione a sé stante che lo contemplasse, in modo dialettico, per esteso e definitivamente&#8230;<br />
Passando però all’argomento che ci accompagnerà per alcuni mesi e che nell’ambito di questa prolissa introduzione trova la sua ragione d’essere, occorre spendere almeno alcune parole su questa opera assai breve che ci accingiamo a trattare, composta di dieci lettere, molto agevoli nella lettura ma di una profondità che, a parer dello scrivente, appare quasi sconvolgente data la natura atemporale di quanto si dice nell’epistolario (oltre che per la sua “applicazione potenziale” a tutti i settori della vita).<br />
Oggetto di questa rubrica letteraria nuova (con cadenza bimestrale) del giornale, gentilmente offertaci dagli amici del “Centro”, è proprio la raccolta intitolata “Lettere a un giovane poeta”, opera che ha costituito, fin dalla sua pubblicazione, uno spunto di riflessione di amplissimo raggio. La stessa figura di Rainer Maria Rilke, emblematica sotto tutti i punti di vista, meriterebbe quasi un seminario di incontri e di dibattiti tenuti da esperti della materia per riflettere assieme sulla dimensione storico-culturale dei poeti e degli artisti in genere “Fin de siècle”, da contestualizzare necessariamente guardandoli quali uomini che sentirono fino in fondo la crisi esistenziale di un sistema di valori, quello ottocentesco positivista, e che dal crollo di quella struttura vennero a trovarsi improvvisamente catapultati nello scenario apocalittico del Primo Conflitto Mondiale (ed è questo un raffronto che deve far riflettere noi uomini del ventunesimo secolo…).<br />
Il celebre scrittore di Praga, autore di un numero elevato di testi divenuti celebri (poetici, critici, narrativi), forse non avrebbe sospettato che quelle dieci lettere, scritte in risposta al giovane Franz Xaver Kappus, allievo dell’accademia militare di Wiener Neustadt che anche lui aveva frequentato tempo addietro, sarebbero state, un giorno o l’altro, raccolte e pubblicate (postume). L’essenza di questa silloge tuttavia è tale da superare la soggettività e la relatività del dato contingente: nel dare al neofita consigli letterari e stilistici il grande Rainer, non possiamo dire se consapevolmente o meno, allega una serie di suggerimenti spirituali che costiuiscono quasi un breviario a sé stante, una “carta dell’anima” nella quale l’autore stesso proietta la sua persona, quasi si guardasse allo specchio.<br />
Non abbiamo forse il diritto e il tempo di esprimerci in modo completo sugli aspetti strutturali dell’opera, da correlare magari alle liriche dell’autore con il debito apparato critico; forse, è bene notarlo, neppure ne abbiamo le competenze, dal momento che ogni goccia della fonte luminosa che scaturisce dall’autore delle Elegie di Duino rappresenta un universo concentrato di contenuti fondativi e strumenti retorico stilistici impiegati con abilità magistrale… Ci resta però una dote: quella che accomuna tutte le donne e gli uomini dal cuore semplice, che non hanno appunto smarrito il senso della vita e la passione per la stessa: la spontaneità. Non una spontaneità “banale” osiamo dire (quella fatta di passività e rassegnazione propria dell’uomo contemporaneo), ma una concentrata abilità di recepire, propria della lettura del testo poetico come del testo biblico.<br />
In questa misura, avere un contatto stretto con il nostro autore, con aderenza alle sue scelte lessicali, sintattiche e contenutistiche, leggerlo comunitariamente, soffermandosi sulle parole, ci darà la possibilità di carpirne tutta la carica comunicativa, esplorandone, attraverso le dieci lettere, il senso del messaggio che come abbiamo detto va ben oltre la semplice ispirazione poetica.<br />
È però la poesia, come va specificato in ultima battuta in questo numero preludendo alla futura trattazione, il nucleo della semplicità e complessità al contempo di quest’opera che fanno di Rilke, per lo scrivente come per numerosissime persone che ogni giorno si relazionano, quali scrittori o lettori, con testi dal carattere artistico, un vero e proprio mentore, guida sul cammino della produzione letteraria. Con questo spirito Kappus, come si legge nella prefazione all’edizione tedesca, iniziò a chiedere aiuto al “maestro” nell’autunno del 1902, aspettando con quell’ansia irrequieta, tipica dei ventenni, i responsi dell’autore praghese.<br />
Con questo spirito anche noi, ottant’anni dopo la pubblicazione della raccolta (1929) ci accingiamo a setacciare questo itinerario: itinerario dentro noi stessi, alla scoperta della nostra vocazione.</p>
<p><em>Mario De Rosa<br />
</em></p>
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